28 febbraio 2016

L'avventura d'un povero cristiano

"L'avventura d'un povero cristiano" non è un libro nuovo né è stato oggetto di una recente riproposizione al pubblico. Infatti è un testo del 1968 e, sebbene scritto da Ignazio Silone, uno dei più importanti scrittori della letteratura italiana del Novecento, certamente non può essere definito come il suo testo più rappresentativo.
Tuttavia il suo contenuto per molti aspetti è ancora oggi molto attuale.
Il libro, infatti, racconta l'avventura di Pietro da Morrone, eletto Papa nel luglio 1294 col nome di Celestino V, e passato alla storia per essersi dimesso da tale carica nel dicembre dello stesso anno, con il famoso "Gran Rifiuto", episodio unico e considerato irripetibile nella storia della Chiesa.
In realtà non è certo che Dante nel III canto dell'Inferno si riferisca proprio a Celestino V quando parla di colui "che fece per viltade il gran rifiuto". E' più plausibile che intenda riferirsi a Ponzio Pilato, ma ciò che conta è che le dimissioni del Papa all'epoca fecero scalpore e restarono per secoli nell'immaginario della cristianità come un evento epocale e inaudito.
Fino alle dimissioni di Papa Benedetto XVI....
Ed ecco quindi l'estrema attualità di un libro, scritto quasi 50 anni fa, ma che oggi può apparire per molti versi profetico.
Ovviamente il contesto storico fra l'epoca di Celestino V e quella di Benedetto XVI è molto diverso, ma un tratto d'unione sembra collegare i due episodi: la rinuncia alla dignità papale causata dall'esistenza all'interno della Chiesa di una situazione di conflitto e di scandalo giudicata dai Sommi Pontefici sinceramente insostenibile.
Celestino V giudicò disgustoso e insopportabile il "menage" della Curia romana, ritenendolo lontanissimo dai precetti evengelici cui aveva sempre ispirato la sua vita. L'opulenza, l'arroganza e la secolarità del clero gli parvero così deleteri e anche così invincibili, tanto da disperare di poter porvi rimedio. Allo stesso modo Benedetto XVI (anche volendo edulcorare i fatti) ha rinunciato al suo mandato in quanto privo della forza necessaria (non solo fisica, ma anche autoritativa) di rettificare le evidenti storture della Chiesa di oggi, minata da lotte interne e da giochi di potere del tutto estranei allo spirito evangelico.
C'è quindi più di un motivo per leggere (o rileggere, per chi l'ha già affrontato a scuola), il libro di Silone: ha molto da dire ancora oggi e chi ha orecchi per intendere, intenda.
Pregevole anche la struttura narrativa, in forma di testo teatrale, in cui i personaggi descrivono sé stessi, senza l'intervento dell'autore, che è un narratore esterno ma non onnisciente. L'espediente narrativo serve a dare credibilità e veridicità alla storia e ci riesce senz'altro, grazie all'indiscusso talento dell'autore.



  Autore Ignazio Silone

  Editore Mondadori

21 febbraio 2016

Il nome della rosa

Parlare di questo libro, edito nel 1980 e universalmente noto, può sembrare superfluo. Con 50 milioni di copie vendute nel mondo e traduzioni in più di 40 lingue non servirebbe aggiungere altro.
Ma in questi giorni è scomparso il suo autore, uno dei massimi intellettuali della cultura italiana e mondiale e riproporre una recensione di questo famosissimo romanzo è un piccolo omaggio alla mente acuta e fertile di Umberto Eco, i cui scritti continueranno a parlarci per molti anni ancora.
"Il nome della rosa", in verità, è un romanzo dalle diverse chiavi di lettura, uno di quei racconti che non stanca mai e del quale ogni volta il lettore apprezza un diverso particolare, un sorprendente e innovativo punto di vista. Può essere letto come un giallo sherlockiano (e il protagonista Guglielmo da Baskerville ne richiama nel nome la cifra), o come un romanzo di ambientazione storica (e qui il Medioevo lascia davvero il segno nel lettore). O anche come un libro intessuto di filosofia, o di teologia, o di politica, o sociologia.
O tutte queste cose insieme.
Quello che è certo è che il quadro offerto da questo romanzo spalancò negli anni '80 un interesse diffuso e non banale sulla cultura medievale come prima mai e, senza addentrarci nelle critiche o nelle apologie, contribuì in modo determinante ad appassionare una vastissima schiera di lettori ad un periodo storico fino a quel momento ingiustamente relegato ai margini dell'approfondimento scolastico.
I personaggi hanno una caratterizzazione fortissima: in alcuni spicca un pensiero estremamente moderno e scientifico, in altri una visione del mondo atavica e immutabile. I fatti misteriosi e terribili che costituiscono la trama del racconto vedono intrecciarsi reazioni basate sulla logica frammiste ad altre basate sul credere, in uno scontro mai risolto tra fede e ragione.
E sullo sfondo la lotta incessante all'interno della Chiesa fra spirito evangelico e difesa dei privilegi e del potere acquisito. E se non è attuale tutto questo....
Nella vasta opera letteraria di Umberto Eco, tutta di altissimo livello culturale, questo libro rappresenta il suo più bel biglietto da visita, quello che l'ha reso famoso al vasto pubblico. Che poi fu seguito da altri capolavori come "Il pendolo di Foucault" e "Baudolino" la cui lettura offre soddisfazioni difficilmente rintracciabili in romanzi che non siano vere e proprie opere d'arte.
Senza parlare dei suoi saggi, sempre finemente ornati da uno spirito critico e da una libertà di pensiero che fa ampio uso dell'ironia come strumento per ricercare la verità.
Rendiamo quindi onore ad un Maestro della letteratura e riprendiamo in mano i suoi lavori. Nessuno ne rimarrà deluso.
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus 


  Autore Umberto Eco

  Editore Bompiani

05 febbraio 2016

Giuda

La meravigliosa scrittura di Amos Oz ne fa uno degli scrittori più grandi dei nostri tempi e anche questo libro ne è una limpida conferma.
Le parole scorrono con eleganza, senza rumore; gli intrecci sono intessuti mirabilmente, con sapienza e stile; le storie hanno il sapore dell'eterno e del quotidiano; le atmosfere hanno un tocco poetico ed evocano la forma eterea della fiaba insieme alla cruda sostanza del reale, come in una forma di ipostasi.
In questo libro, in particolare, l'autore invita il lettore ad una profonda riflessione e lo fa nel modo più intelligente: invitandolo a riconsiderare le sue categorie morali, abbandonando i più vieti stereotipi.
Una lezione da non perdere.
La figura di Giuda Iscariota è uno dei temi principali del romanzo (ma non certo l'unica) e la questione è se egli sia realmente il traditore per eccellenza, come i Vangeli e la storia l'hanno definito, oppure se sia stato l'unico fra i discepoli di Gesù che abbia avuto davvero fede, fino alla croce. Sì, perché forse a volte la capacità di "vedere oltre" scandalizza coloro che non hanno tale visione e, ai loro occhi, il travalicare certi limiti è tradimento.
E la vicenda di Giuda si intreccia con quella di Israele di oggi, o meglio degli anni successivi alla guerra di Suez. Quando il neonato Stato di Israele combatte e vince contro il mondo arabo. Ma è vera gloria? Oppure è solo il prologo della fine? C'è qualcuno, a Gerusalemme, che capisce che la guerra che già è scoppiata fra il modo arabo e quello ebraico è destinata a durare in eterno perché non si è voluto "vedere oltre" e andare verso una soluzione di pacifica coesistenza. E, proprio per tale idea, chi l'ha propugnata è stato etichettato come traditore.
E la vicenda di Giuda si intreccia anche con quella di una donna, che ha perso il marito in guerra e che dona a un giovane studente suo ospite un soffio della sua femminilità. E' una donna che tradisce la memoria del marito? O è l'unica che "vede oltre" e che riesce a trasmutare alchemicamente il suo inesauribile dolore in un dono per chi si è perduto e che può fargli ritrovare la via in questo mondo?
Quid est veritas?
E come può l'uomo orientarsi se anche le sacre scritture dicono tutto e il contrario di tutto? A proposito della donna, in Qoelet si dice: "Trovo più amara della morte la donna" mentre in Proverbi: "Chi ha trovato una donna, ha trovato una fortuna". Dov'è la verità se anche la Parola di Dio cade così pesantemente in contraddizione? Come e dove cercarla?
Forse ha ragione Kafka, che Amos Oz, senza mai citarlo, sembra far trasparire in filigrana: "Chi cerca non trova e chi non cerca sarà trovato".
Coppia Oz-Kafka batte Coppia Qoelet-Proverbi. Gioco, partita, incontro.



  Autore Amos Oz

  Editore Feltrinelli