Quest'anno il "Giro d'Italia" ha festeggiato la centesima edizione.
Da quella prima volta, nel 1909, quando un gruppo di giornalisti della "Gazzetta dello Sport" decise di organizzare (con molta approssimazione) una corsa ciclistica dalle tappe disumane, è passato più di un secolo, ma il fascino e della "Corsa Rosa" non ha fatto che aumentare, anche quando ha attraversato momenti bui e difficili per il ciclismo mondiale.
Merito di un insieme di cose.
Prima di tutto della bicicletta, che è sempre stato e rimane uno sport enormemente popolare, perché non c'è bambino al mondo che non ami la sua prima biciclettina come farebbe un adulto con una Maserati.
Merito del nostro Paese che con i suoi paesaggi meravigliosi, i suoi stupendi litorali, le sue campagne dolci e delicate, le sue montagne immense e ripidissime e le sue città piene di arte e di storia non può che affascinare chiunque lo percorra: sia in sella ad una bici, sia come spettatore.
E merito di campioni leggendari che in queste cento edizioni del "Giro" hanno scritto la storia sportiva del nostro Paese (e non solo quella sportiva): dalla supremazia assoluta di Binda (che gli organizzatori del "Giro" arrivarono a pagare purché non partecipasse alla corsa per manifesta superiorità), alla dualità Coppi-Bartali che ha segnato un'epoca e che resterà per sempre nell'immaginario collettivo di un'intera Nazione. Dalla incredibile bravura di Gimondi, costretto ad apparire come "eterno secondo" per aver avuto la sventura di incrociare le ruote con il "Cannibale" Merckx, all'antagonismo Moser-Saronni, abissalmente distanti sia sulla bici che fuori.
Per finire all'ultimo eroe del "Giro", quell'indimenticato Marco Pantani, capace di colpire al cuore milioni di appassionati con la sua sfolgorante potenza di scalatore, e poi consegnato al mito con la complicità di un destino drammatico e tragico.
Ma il "Giro" continua ad essere un appuntamento irrinunciabile per tutti coloro che amano lo sport fatto di passione, eroismo e resistenza alle avversità. E anche quando le oscure nebbie del doping hanno inquinato questo sport, rischiando di distruggerlo, il fascino della "Corsa Rosa" ha saputo avere la meglio, continuando ad appassionare ciclisti, spettatori, tifosi.
Parola di Colin O'Brien, giornalista e scrittore irlandese, innamorato pazzo del nostro Paese e del nostro "Giro d'Italia".
Autore Colin O'Brien
Editore Mondadori
In questo bel romanzo "neorealista" l'autore racconta la storia dei componenti della famiglia Marinelli, una tipica famiglia milanese, durante i terribili anni della Seconda Guerra Mondiale.
Il contesto storico è quindi molto impegnativo: dall'entrata in guerra dell'Italia, fino alla guerra civile dopo l'8 settembre per arrivare alle estreme conseguenze della distruzione di una nazione.
I membri della famiglia Marinelli incarnano, ciascuno simbolicamente, le più diverse ideologie e visioni del mondo che in quegli anni emersero con prepotenza, in uno scontro reciproco tanto feroce quanto distruttivo: il fascismo, il comunismo, la borghesia, il cattolicesimo, la monarchia, la repubblica, la dittatura...
C'è il figlio cinico e freddo che, dopo aver vissuto il disastro di El-Alamein, torna in Italia mutilato nel corpo e indurito nell'animo, che si dedica a far soldi con iniziative illegali, in un mondo dove oramai più niente è legale.
C'è l'altro figlio che invece crede ciecamente nel fascismo (e dopo l'Armistizio ancor di più) ritenendolo con un atto di fede l'unica via per vivere degnamente e onorevolmente da italiano.
E c'è anche la figlia adottiva che invece combatte per la rivoluzione comunista prossima ventura ed è disposta a sacrificare anche i suoi affetti più cari per i principi di uguaglianza e giustizia sociale.
E se da un lato il padre è un borghese vecchio stampo, fedele al Regime più per dovere istituzionale e senso dell'onore che per convinzione, la madre è una devota cattolica che collabora con l'Arcivescovado in opere assistenziali quanto mai provvidenziali nei durissimi anni di guerra.
Insomma, dal racconto esce un ritratto concreto e credibile di un mondo familiare che, a causa degli opposti ideologismi e dell'apocalisse scatenata dalla guerra, ne esce quanto mai diviso, lacerato, ferito, a causa di un fenomeno storico, quello delle dittature e della guerra, che non ha risparmiato nessuno e che ha portato strazio e disperazione sia fisica che morale in milioni di persone.
Il libro non è un saggio storico, né ha pretese di approfondimento politico. Anzi, l'autore ci tiene a precisare che la sua è soltanto un'opera letteraria che, anche se basata su fatti ed eventi realmente accaduti, vuole solo raccontare un mondo e un'epoca. E in questo ci riesce benissimo, facendo apparire sia i protagonisti che gli eventi molto ben delineati e caratterizzati.
Un libro quindi che è utile leggere, soprattutto per chi quegli anni non li ha vissuti (fortunatamente) e che magari li ha percepiti solo dal racconto dei nonni. Perché a volte un romanzo storico insegna ai posteri molto più di mille dotti scritti accademici.
Proprio come i nonni.
Autore Guido Cervo
Editore Piemme