31 agosto 2019

Tutti primi sul traguardo del mio cuore

Il Giro d'Italia è l'evento sportivo che ha più storia e suscita più coinvolgimento emotivo ed entusiasmo di qualunque altra manifestazione in Italia, tanto da essere un vero e proprio evento collettivo di valore sociale.
Il suo percorso che oramai da più di cento anni attraversa in lungo e in largo la nostra Penisola, andando incontro alla gente di ogni città e di ogni paesino, viene seguito da migliaia di appassionati e anche da chi non considera il ciclismo il primo interesse della sua vita, ma, quando c'è il Giro, viene contagiato dalla sua incontenibile passione.
Negli anni, soprattutto quelli eroici del Novecento, le cronache delle tappe hanno rappresentato un aspetto del tutto particolare di "letteratura" perché non si trattava solo di un resoconto giornalistico di come era andata la tappa del giorno, non si trattava solo del commento tecnico ad un evento sportivo, ma diventava il racconto di un clima, di un'atmosfera, di un'emozione, di uno spaccato del nostro Paese. Perché il Giro d'Italia, con tutto il corredo di umori ed emozioni che fa emergere, ci descrive molto bene: fa capire cos'è l'Italia e, soprattutto, chi sono gli Italiani.
Scrittori del calibro di Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Curzio Malaparte hanno lasciato scritti memorabili di commento al Giro d'Italia e alle sue tappe e con la loro meravigliosa capacità narrativa ci hanno fatto capire quanto sia bello questo rito collettivo del Giro, quanto sia faticoso e difficile per i corridori e quanto sia necessario per un popolo avere degli "eroi" su due ruote in grado, per le tre settimane della gara, di riaccendere il senso epico di sfidare i propri limiti.
Anche Fabio Genovesi ha avuto l'onore di raccontare, tappa dopo tappa, il Giro del 2013, partecipando in prima persona all'evento e diventando egli stesso uno dei tanti protagonisti di quella pazzesca ed entusiasmante carovana rosa, che tanto colore porta nel nostro Paese ogni mese di maggio.
Con il suo tono sempre brillante e schietto e senza pretendere di competere con i "mostri sacri" della nostra letteratura citati sopra, Fabio Genovesi ci racconta la sua esperienza, ci descrive le sue emozioni, le sue delusioni, le sue gioie e anche le sue "fatiche" (non paragonabili a quelle dei corridori, ma ugualmente sfiancanti!), dando voce a ciò che ogni italiano che segue il Giro vive in prima persona, anche solo guardando in diretta le immagini in tv.
Il libro, ripubblicato adesso in edizione rivista e corretta, è dunque una appassionata testimonianza e soprattutto un atto d'amore per un evento unico che non ha uguali al mondo com'è il Giro d'Italia.
Perché va bene che il Tour è più importante, ma il Giro è più bello!

Autore: Fabio Genovesi

Editore: Solferino

17 agosto 2019

Il torto di essere vittime

Lorenzo Guarnieri aveva solo 17 anni quando, nel giugno del 2010, mentre in motorino stava tranquillamente tornando a casa, uno scellerato che aveva bevuto il triplo del consentito e si era fumato diverse canne lo travolse in strada, uccidendolo sul colpo.
Uno dei tanti, dei troppi "incidenti" stradali che in un attimo hanno la capacità di spezzare una vita, gettando la famiglia della vittima nella disperazione e nell'angoscia più profonda.
I genitori di Lorenzo hanno sperimentato sulla propria pelle questo immenso dolore, forse il più lancinante e inaccettabile che possa capitare ad una persona: la perdita del proprio figlio. A questa tragedia avrebbero potuto reagire in diversi modi: con la chiusura in sé stessi, con l'odio e il rancore, con la rivendicazione, con l'auto-annietamento.
Ma Stefano e Stefania Guarnieri hanno scelto un modo diverso di reagire: hanno voluto dare uno scopo e un senso al loro dolore.
Hanno creato un'Associazione per sostenere, affiancare e tutelare le famiglie che hanno vissuto drammi analoghi nella loro vita e si sono fatti parte attiva per smuovere le coscienze collettive nei confronti degli "incidenti" stradali. Che non sono affatto "incidenti" ma veri e propri reati e come tali vanno trattati, sia dal punto di vista della prevenzione che della repressione.
Il loro impegno è stato talmente infaticabile che le coscienze si sono mosse davvero: dopo un lungo iter di iniziativa popolare, il 23 marzo 2016 il Parlamento Italiano ha approvato la legge sull'omicidio stradale. Un enorme cambiamento di paradigma che finalmente è anche un atto di civiltà.
Ma molto c'è ancora da fare, soprattutto per quanto riguarda la considerazione e la protezione delle vittime delle violenze stradali. Sì perché nel nostro sistema giudiziario la vittima non ha voce, non ha ruolo. Semplicemente non esiste.
Questo libro racconta, infatti, le incredibili vicissitudini che si sono trovati a vivere i genitori di Lorenzo nei loro rapporti con le Istituzioni dello Stato, che (in teoria) avrebbero dovuto proteggerli: burocrazia, freddezza e perfino diffidenza nei loro confronti sono stati gli atteggiamenti più frequenti, tanto inspiegabili, quanto drammaticamente veri.
Stefano e Stefania, che fino ad allora non avevano mai frequentato le aule di giustizia, i periti assicurativi e i medici legali, si sono trovati catapultati in un sistema a tratti assurdo e kafkiano, che li ha fatti sentire colpevolmente d'impaccio: elementi estranei in un sistema che invece avrebbe dovuto perlomeno tenerli in considerazione.
Ecco quindi un nuovo "fronte" su cui smuovere le coscienze: dare dignità alle vittime e ai loro familiari, dare loro voce e ruolo e sollecitare le Istituzioni perché si prendano cura dei loro cittadini, soprattutto quando si trovano in condizioni di estrema debolezza e fragilità. Questo lo scopo del libro, il cui ricavato sarà utilizzato dall'Associazione per finanziare le azioni di sensibilizzazione a tutela delle vittime della violenza stradale.
Un libro che si legge in due ore ma che è talmente denso da rimanere a lungo nel cuore e nel cervello. Un libro di educazione civica che, anche solo per questo, deve essere letto.

Autore: Stefano Guarnieri

Editore: Giunti

03 agosto 2019

Il guardiano della collina dei ciliegi

Shizo Kanakuri è stato il primo atleta del Giappone a partecipare alle Olimpiadi. Per la precisione a quelle di Stoccolma del 1912. La sua specialità era la maratona in cui aveva fatto registrare un tempo di livello internazionale e in lui riposero le speranze Jigoro Kano, fondatore del Judo e figura autorevolissima in Giappone in fatto di sport, e addirittura l'Imperatore del Giappone, desideroso di accreditare il suo Paese presso il mondo occidentale anche tramite i Giochi Olimpici.
L'esperienza di Shizo Kanakuri alla maratona di Stoccolma fu misteriosa e particolarissima: dopo gran parte della gara corsa a ottimi livelli, a circa sette chilometri dal traguardo, forse vinto dalla fatica, sparì nel nulla, dandosi alla fuga. Qualche anno dopo rientrò clandestinamente in Giappone, ma le notizie certe sono quasi inesistenti, come sui motivi della sua "fuga" e tutta la sua vita è rimasta avvolta da un alone di mistero. Si sa solo che nel 1967 fu invitato nuovamente a Stoccolma per concludere i sette chilometri mancanti e terminare la sua maratona con l'incredibile tempo di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi, realmente registrato negli annali del Comitato Olimpico Internazionale.
Franco Faggiani prende spunto da questo singolare episodio sportivo, poco noto al grande pubblico, e crea un romanzo in cui riempie, con la fantasia del romanziere, gli inevitabili vuoti degli accadimenti reali, per costruire un racconto in grado di dare senso a questa vicenda non solo sportiva ma anche umana davvero unica.
Ecco quindi che piano piano il profilo di Shizo Kanakuri si delinea in un intreccio di pensieri, sentimenti, passioni, idee che danno forma al personaggio fino a farlo diventare pienamente vero e credibile: un uomo caricato di responsabilità forse eccessive per le sue forze fisiche e morali che, sentitosi sopraffatto, cercò vie di fuga anche estreme per riconquistare la serenità interiore, fare i conti con il passato e accettare il suo destino con animo pacificato.
Faggiani è molto abile nell'intessere il profilo del personaggio secondo l'etica giapponese: un ferreo senso del dovere e dell'onore (che non ammette tradimenti e cedimenti) congiunto ad una attenzione quasi rituale e perfino mistica a tutte le cose della vita, anche le più piccole. Ecco quindi che la sua pace Shizo Kanakuri la potrà trovare in quel magico bosco di ciliegi in cui vivrà tanto tempo in eremitica e poetica solitudine, con la compagnia degli alberi, dei monti, degli animali e delle stagioni, portando a compimento il senso della propria esistenza e riconciliandosi con sé stesso e con il mondo.
Anche da un grande fallimento si può rinascere, perché (proprio come insegnava Jigoro Kano) non conta quante volte si cade, ma quante volte ci si rialza. Perché in ogni vita vissuta, anche la più strana e in ogni persona, anche la più singolare, alla fine un senso e uno scopo, a volerlo trovare, c'è.

Autore: Franco Faggiani

Editore: Fazi