Quando si hanno figli in età scolare, è capitato a tutti di accompagnarli a scuola e lì, in quei pochi minuti che precedono il suono della campanella, conoscere e creare legami con gli altri genitori.
Succede anche a Sofia, Carla, Norma e Vera, le quattro donne protagoniste di questo romanzo che, dopo aver lasciato i figli a scuola, si danno un veloce appuntamento al bar Palomino di Milano per fare due chiacchiere, magari anche spettegolare un po', però soprattutto per sentirsi vicine e apprezzare il senso di un'amicizia non casuale.
Ognuna di loro manifesta il proprio carattere, le proprie passioni e soprattutto le proprie debolezze: Sofia ha l'ansia della perfezione soprattutto in cucina; Carla è amareggiata per un lavoro che non si trova mai; Norma è ferita dal recente divorzio e stupita dai suoi effetti collaterali; Vera vive il dramma di un marito che ha perso il lavoro e che regredisce nell'annichilimento.
Sembra quasi un vortice: partendo da riflessioni, scambi di opinioni e da preoccupazioni tutto sommato semplici, piano piano il racconto precipita verso aspetti sempre più difficili, preoccupanti e perfino drammatici. Ma è questa la vita che scorre accanto a noi e dentro di noi e le protagoniste di questo racconto impersonano efficacemente le naturali reazioni che tutti abbiamo di fronte ad eventi che ci mettono alla prova, a volte anche molto duramente, e che cerchiamo di "mettere a posto", tassello dopo tassello, in un mosaico che possa essere leggibile, al solo scopo di dare un senso al tutto.
Il racconto è tutto declinato al femminile e il profilo che ne emerge è quanto mai attendibile. Le "amiche mie" mostrano un approccio alle dinamiche della vita, sia familiare che lavorativa, molto credibile, sia quando affrontano situazioni complesse, sia quando invece vivono momenti di leggerezza, sia quando fanno emergere alcune loro idiosincrasie. Ma in definitiva manifestano una grande forza d'animo che finisce per suscitare nel lettore un autentico senso di ammirazione.
Molto apprezzabile lo stile narrativo dell'autrice, padrona di un lessico quanto mai appropriato e molto efficace nel descrivere la realtà vissuta dalle protagoniste: una realtà che rifugge da stereotipi e luoghi comuni, lontana da ipocrisie e infingimenti e che viene restituita in modo schietto, a volte quasi cinico, ma anche, quando serve, con un tratto ironico e perfino struggente.
Autore Silvia Ballestra
Editore Mondadori
Nell'inverno 1915-16, nel paesotto di Bellano, sul ramo "sbagliato" del Lago di Como, due donne sconosciute, una bellissima l'altra inguardabile, aprono una merceria sotto l'insegna "Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti".
Tutti in paese sono sorpresi: c'è chi è solo curioso, chi invece preoccupato (come i merciai già in attività che temono la concorrenza), chi addirittura perde la testa, come il Geremia, un "bamboccione" sempre docile alle direttive materne ma che, appena vede la Giovenca, la belloccia delle due sorelle, se ne innamora perdutamente.
Ma chi sono queste due sorelle? Cosa le ha portate a Bellano? La loro ditta da chi è stata "premiata"? E dove va tutti i giovedì la Giovenca quando prende il treno?
Gli interrogativi sono molti e per trovare spiegazioni si muovono tutti, a partire dalla mamma del Geremia, preoccupatissima per la sbandata del figliolo, che chiede l'intervento del prete del paese il cui mestiere, si sa, non è solo dir messa ma anche rassettare le situazioni familiari complicate.
Ne nasce un turbinio di vicende che coinvolgono il prevosto, la sua perpetua, il maresciallo dei Regi Carabinieri, l'esimio Notaro in Como e molti altri "attori" della vita quotidiana, tutti in azione per scoprire frammenti di verità che si dissimulano continuamente con bugie, finzioni e giochi di piccola strategia, fino all'esito finale, molto più malevolo del previsto.
Molto
pregevole, come sempre, il timbro ironico dell'autore che rende
piacevole e scorrevole il racconto, così come il frequente uso di forme
dialettali e popolari che facilitano l'immedesimazione nel clima e nello
stile di vita dell'epoca. Mirabili i nomi di battesimo dei personaggi, evocativi delle rispettive qualità fisiche o morali.
Con questa sua abile capacità narrativa, Andrea Vitali riporta il lettore in un'epoca che non esiste più, dove la vita di paese era scandita da ritmi e regole immutabili, eppure vissuta da personaggi iconici sempre affaccendati a sbrogliare grovigli che, da caricaturali, diventano progressivamente importanti e fatali.
Perchè la realtà delle cose si cela in un caleidoscopio di pagliuzze, frammenti e barlumi e quando la si osserva tutta insieme se ne può rimanere abbagliati fino a far dolere gli occhi.
Autore Andrea Vitali, Editore Rizzoli
Link su Amazon: Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti (Scala italiani)
Come mai sono stati proprio gli Europei a sviluppare, nel corso della storia, una civiltà tecnologicamente avanzata (poi esportata con successo nel Nord America)? Perché, invece, non è successo lo stesso agli Africani o ai nativi americani? Perché, quindi, sono stati gli Europei a colonizzare il mondo e non invece gli Inca a colonizzare l'Europa?
Queste sono le domande principali che si pone il biologo Jared Diamond, autore di questo saggio. Domande che sorgono spontanee, soprattutto al giorno d'oggi nel nostro mondo globale, e le risposte condizionano fortemente il nostro modo di intendere la nostra società.
Il lavoro di Diamond è eminentemente scientifico. Basandosi sugli studi di archeologia, antropologia, biologia e sociologia, l'autore vuole innanzitutto dimostrare che non esiste nessuna superiorità intellettuale degli Europei rispetto agli altri popoli e che ogni forma di razzismo, oltre che aberrante dal punto di vista ideologico, è infondata dal punto di vista scientifico.
Ma allora, cos'ha favorito nei secoli gli Europei? La risposta sta in una serie di fortunate coincidenze, prima fra tutte, una fortuna geografica: gli abitanti del continente Eurasiatico (Europa-Asia) hanno potuto vivere, fin da 13.000 anni fa, in un ambiente che dal punto di vista climatico e di risorse è stato molto favorevole allo sviluppo dell'agricoltura, alla domesticazione degli animali e privo di insuperabili barriere geofisiche che impedissero lo sviluppo di rapporti fra popoli anche molto distanti. Ciò ha permesso ai primi popoli Eurasiatici di diventare sedentari, di dedicarsi all'agricoltura e alla pastorizia e, quindi, di erigere città, sviluppare commerci, far circolare le idee, organizzare stati, regni, imperi che poi, nei secoli, hanno creato una tecnologia (armi e acciaio) in grado di dominare il mondo.
Viceversa, i nativi americani hanno vissuto in un continente sviluppato lungo un'asse nord-sud, che presentava enormi differenze climatiche, rendeva difficili gli spostamenti e i contatti e confinava i popoli in territori isolati fra loro. Pertanto gli Inca, che pur possedevano una civiltà per molti aspetti estremamente raffinata, dal punto di vista militare erano dei primitivi rispetto agli Spagnoli e fu così che Pizarro, alla guida di uno sparuto gruppo di soldati, però ottimamente armati, potè sconfiggere Atahualpa, a capo di un immenso esercito, però armato di sole mazze e bastoni.
Non secondario l'apporto dato dalle malattie: gli Europei, per millenni a contatto con gli animali addomesticati, avevano sviluppato una certa resistenza alle patologie infettive, che esportarono con successo in America dove i nativi, con un sistema immunitario geneticamente impreparato, morirono a milioni più per il tifo e per il colera che per le armi da fuoco.
Il libro, quindi, è interessante e offre numerosi spunti di riflessione. Soprattutto perché costringe il lettore europeo e nord-americano a riconsiderare l'idea che ha della propria "civiltà" e a trarre le proprie conclusioni su quali siano i vantaggi e gli svantaggi connessi.
Autore Jared Diamond, Editore Einaudi
Link su Amazon: Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni