28 maggio 2016

L'occhio di Dio

Nuovo giallo storico di Giulio Leoni che, dopo la fortunata serie ambientata nel XIII secolo a Firenze con Dante protagonista nelle vesti di investigatore, cambia scenario spostandosi in Veneto nel 1605, più precisamente a Palmanova, la città fortificata eretta dalla Serenissima Repubblica di Venezia come baluardo contro l'avanzare dell'espansionismo ottomano.
Nella città viene chiamato Galileo, già professore a Padova, per la sua perizia in costruzioni difensive militari, materia sulla quale ha già scritto dei saggi, affinché progetti i rafforzamenti necessari per rendere ancor più sicura la fortezza.
Ma l'attenzione del grande scienziato viene presto distolta dal rivelamento di un manufatto, chiamato "l'occhio di Dio" che sembrerebbe in grado di sviluppare in modi misteriosi un effetto magnetico anche su oggetti non ferrosi. Affascinato dal fenomeno, Galileo si dedica anima e corpo a creare una macchina che possa amplificare tali effetti per uso bellico, senza però rendersi conto fino in fondo che ciò sollecita l'attenzione interessata da un lato del Senato veneziano e dall'altro del Sultanato ottomano, che dopo la battaglia di Lepanto si guardano in cagnesco, animati da tendenze opposte fra la pace e la guerra.
Galileo si trova, quindi, in un gioco più grande di lui, nel quale ha una gran parte una misteriosa e bellissima donna, una girovaga guerriera in cerca di vendetta, che contribuirà non poco a confonderlo.
L'autore si cimenta, in questo romanzo, con una figura storica gigantesca: quella di Galileo, universalmente riconosciuto come il padre della scienza moderna, e perciò ampiamente mitizzato.
Giulio Leoni, invece, descrive un Galileo uomo fra gli uomini, senz'altro dotato di una intelligenza superiore, ma comunque afflitto dalle debolezze tipiche di ogni essere umano, che alla fine lo fanno scendere da quell'artificioso piedistallo sul quale spesso è stato posto, per riportarlo ad una dimensione più vicina a noi.
Come sempre nei suoi romanzi, l'autore si appoggia ad una rigorosa e precisa ricostruzione del contesto storico, inserendovi tuttavia elementi immaginari che, grazie all'abilità narrativa, si inseriscono bene nella trama, rendendo il quadro credibile e appassionante.
Un'altra buona prova di un autore che fa sempre piacere leggere.


  Autore Giulio Leoni


  Editore Nord

21 maggio 2016

Pape Satàn Aleppe

Cosa c'entra il verso che Dante fa pronunciare a Plutone all'inizio del VII canto dell'Inferno con il sottotitolo "Cronache di una società liquida"?
In realtà questo libro, che raccoglie le "Bustine di Minerva" pubblicate dall'autore sull'Espresso nel periodo che va dal 2000 al 2015, nel leggerlo fa capire che da un lato il sottotitolo è quanto mai vero e, dall'altro, che la "liquidità" dell'odierno modo di pensare crea una confusione di idee e di convinzioni che ben si possono sintentizzare in quel verso dantesco: oscuro, difficilmente interpretabile ma forse, allo stesso tempo, anche irridente.
La società "liquida" in cui ci troviamo a vivere è tale per la mancanza di valori forti, di punti di riferimento stabili, di orientamenti affidabili. Tutto è opinabile, tutto è revocabile in dubbio e questo, di per sé, non sarebbe neanche un difetto perché di un "pensiero unico" non abbiamo certo bisogno. Ma spesso si assiste a comportamenti e a modi di pensare che sono talmente paradossali che sortiscono effetti che sarebbero comici se non fossero preoccupanti. Finendo per affermare proprio ciò che si vorrebbe confutare.
Umberto Eco, col suo solito stile al contempo magistrale e ironico, ne fornisce numerosi esempi: l'ossessione dell'apparire a tutti i costi, della visibilità mediatica che diventa appunto un "pensiero unico" che viene tanto più tenacemente perseguito quanto più è chiaro indizio di conformismo.
La "mala educazione" impera, nel pubblico e nel privato, e finisce per essere più autenticamente rivoluzionario chi si affida alla compostezza e alla morigerazione.
I "sacerdoti" del laicismo sono devoti con fede incrollabile nei "destini luminosi e progressivi", tanto da superare in fanatismo i più accesi "papa-boys".
Per non parlare della maschere della politica, sulle quali l'ironia dell'autore diventa spesso graffiante sarcasmo.
Le riflessioni di Umberto Eco possono sembrare leggere, come dei brevi commenti di un osservatore attento e, spesso, sorpreso dalla mutevolezza di ciò che osserva. Ma il lettore che non si accontenta di sfiorare la superficie di questa società "liquida" e che ha interesse e voglia di andare più nel profondo, troverà infiniti percorsi che lo porteranno a scandagliare gli abissi di uno stile di vita e di pensiero del quale resta un mistero se abbia un'essenza.


  Autore Umberto Eco


  Editore La nave di Teseo

14 maggio 2016

La cartella del professore

"In città ho sempre l'impressione di essere sola, ma, se facessi attenzione, scoprirei di essere circondata da tante forme di vita".
Basterebbe questa riflessione della protagonista, che fa mentalmente durante una gita nei boschi, per comprendere la "sonorità" di questo romanzo: un timbro leggero, lieve, mai greve, attento alle piccole cose della vita.
L'autrice, infatti, incentra la sua attenzione sugli aspetti minuti della quotidianità, quelli che spesso passano inosservati, ma che a volte sono gli unici che possono dare senso ad una vita altrimenti condannata ad una irrimediabile solitudine.
Il tutto secondo lo spirito tipico giapponese, per molti versi molto distante dal modo di pensare occidentale, abituati come siamo all'etica dell'azione, e quindi così lontani dalla mentalità estremo-orientale, ancora oggi fedele all'antica etica della contemplazione.
La storia racconta del rapporto fra una donna quasi quarantenne che, a distanza di anni, incontra il suo ex insegnante di giapponese del liceo, oramai settantenne, e con lui stabilisce una sorta di relazione, fatta di incontri casuali assolutamente platonici, dialoghi semplici ma allo stesso tempo molto intimi, riflessioni ordinarie ma proprio per questo spesso profonde e sentimentalmente impegnative.
I due sono accomunati da una identica condizione sociale e mentale: la solitudine, che entrambi intendono come una loro endemica caratteristica personale, che come tale accettano, ma che forse vorrebbero anche essere in grado di superare.
Le atmosfere sono spesso poetiche, dolci ed eleganti e riecheggiano lo stile letterario tipico degli Haiku, i famosi componimenti in versi della letteratura nipponica. Così come l'approccio dei protagonisti alle dinamiche della vita è spesso molto Zen, con rimandi continui ai rapporti fra l'uomo e la natura, intesa sia come sorgente dei fenomeni più soverchianti (come le tempeste), sia come generatrice di vita in forme variabilissime e spesso infinitesimali (come gli insetti).
E tali manifestazioni naturali condizionano fortemente l'essenza degli individui e il movimento dei loro sentimenti, nella consapevolezza che gli esseri umani altro non sono che parte di questo immenso gioco cosmico chiamato vita.
Un romanzo che, per la sua delicatezza, è da leggere in una stagione mite: l'autunno o la primavera, a seconda della predisposizione interiore del lettore.


  Autore Hiromi Kawakami


  Editore Einaudi

07 maggio 2016

Meditazioni delle vette


Nessun lettore che affronti un testo di Julius Evola ne rimane indifferente. Ciò che legge si imprime indelebilmente nel profondo, sia che lo condivida, sia che lo contesti. Perchè questo autore non suscita sentimenti di poco conto: o appassiona o genera ripulsa. In ogni caso, causa nel lettore un fermento intellettuale che, di per sé, è un gran merito per un autore.
A differenza di molti altri suoi scritti, di carattere politico e tradizionalista, questo testo ha una sua specificità: parla della montagna sia dal punto di vista pratico, tipico degli amanti dell'alpinismo, sia dal punto di vista spirituale, per gli spunti meditativi che l'ascensione può ispirare.
Evola, infatti, era un esperto scalatore e in questo libro racconta le sue esperienze vissute in montagna affinancandole a personali riflessioni sulle vertigini metafisiche che tali esperienze possono procurare nelle persone di animo adatto.
Come l'autore infatti afferma, l'azione dell'ascendere, del salire verso l'alto, dello scalare le vette, non è e non deve essere solo una "prestazione sportiva" o agonistica. Deve piuttosto essere un'applicazione pratica e concreta di un principio interiore: quello dell'aspirazione alle più alte conquiste dello spirito.
La spiritualità, infatti, non è altro che l'intima e profonda conoscenza di noi stessi. Senza chiamare in causa nessun sentimentalismo religioso, l'interiorità è una delle cose più difficili da conquistare, soprattutto per l'uomo moderno che per sua natura è distante dalla dimensione metafisica del suo essere, che spesso ignora del tutto.
Ma per colui che invece non si rassegna a questo oblio della coscienza, per l'uomo che sente dentro di sé un impulso "eroico" a superare le alienanti barriere della materialità, per la persona che percepisce l'esistenza di una realtà ultima, più vera ed eterna che vive dentro di sé, ecco che c'è uno strumento capace di far emergere tutto questo: la montagna.
Non è certo l'unico strumento che può aiutare l'uomo a ritrovare il contatto con il suo essere più profondo, ma è senz'altro quello che ogni cultura e ogni popolo ha da sempre tenuto in maggior considerazione. E non è un caso se in tutte le tradizioni umane, gli esseri divini abitassero i più alti monti, quelli a più diretto contatto coi cieli.
Un testo di una ricchezza unica, imprescindibile per tutti coloro che amano la montagna e ne percepiscono la grandezza. Una grandezza non solo da ammirare e da contemplare, ma da far vivere nel nostro animo per diventare persone migliori.



  Autore Julius Evola


  Editore Mediterranee