Questa frase riassume efficacemente il senso di un evento di portata storica, accaduto nel 9 d.C. e destinato a cambiare il destino dell'Impero Romano e della nazione germanica per i secoli a venire.
L'Impero non riuscì a romanizzare le fiere tribù germaniche, ma quelle stesse tribù persero l'occasione storica di entrare a far parte di una civiltà universale.
Non si trattò di una battaglia in campo aperto: dai tempi di Annibale i Romani avevano imparato a vincerle tutte. Si trattò di un'imboscata tesa a tre legioni in marcia nei territori boscosi e infidi della "Germania Magna" al tempo di Augusto, quando sembrava che, dopo il Norico, la Rezia, la Pannonia, la Dalmazia e l'Illirico anche la Germania stesse diventando l'ennesima provincia romana in un universo oramai pacificato sotto l'egida dell'aquila di Roma.
Ma così non fu.
Arminio, il principe germanico che riuscì a unificare le rissose tribù della sua gente facendole sentire una "nazione", architettò una trappola micidiale che causò la morte dei 15mila soldati agli ordini di Publio Quintilio Varo e segnò la fine dell'espansione romana nell'Europa centro-settentrionale, scongiurando l'occupazione romana ma, allo stesso tempo, perdendo le relazioni con un Impero che significava soprattutto cultura e civiltà.
L'evento fu così traumatico che si dice che Augusto vagasse disperato per il Palatino gridando: "Varo, rendimi le mie legioni!".
Eppure Arminio era cresciuto a Roma insieme a suo fratello Wulf, dove avevano ottenuto una ottima educazione ed erano diventati stimati cittadini romani, oltre che valorosi comandanti della cavalleria ausiliaria delle legioni. Ma mentre il fratello mantenne per sempre assoluta fedeltà all'Impero, riconoscendogli un valore salvifico ("non c'è vita degna d'esser vissuta fuori dall'Impero"), Arminio, non senza un forte conflitto interiore, si risolse a dare ascolto al suo "sangue", in nome di quel legame ancestrale con le proprie radici che ogni uomo non può mai completamente recidere.
Questa storia, tanto affascinante quanto epocale, è alla base di questo romanzo storico, molto ben scritto da un autore che non è solo un abile scrittore ma soprattutto un competente storico e archeologo.
Come in tutti i suoi romanzi di ambientazione greco-romana, Manfredi ci riporta in un'epoca lontana, facendocela però sentire vicina, vera e palpabile. In tutta la sua grandezza e in tutta la sua ferocia.
E riportando davanti ai nostri occhi di lettori un evento che è alla base della storia dell'Europa.
Autore Valerio Massimo Manfredi
Editore Mondadori

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