13 febbraio 2021

L'appello

Il prof. Romeo è un insegnante di scienze. La sua vita è stata funestata da una malattia agli occhi che progressivamente lo ha reso cieco e lo ha costretto a sospendere l'attività. Poi, dopo qualche tempo, decide di tornare dietro la cattedra e, fra lo scetticismo dei suoi colleghi, gli viene assegnata una supplenza annuale in un liceo, per insegnare in una quinta classe di "maturandi" un po' particolare.

La classe, infatti, è composta da ragazzi e ragazze problematici, una specie di "classe ghetto", dove sono stati relegati e confinati i soggetti più difficili e che, per i professori, rappresenta quasi un incarico punitivo. Il prof. Romeo ne è consapevole, ma non si scoraggia: ha provato sulla propria pelle come possa essere difficile la vita per chi è "diverso", per cui con questi ragazzi non sentirà distanze.

Il suo approccio con la classe, fin dal primo giorno di scuola, è originale: considerato che non può vedere gli studenti, per memorizzarli uno per uno sfrutta gli altri sensi (udito e tatto principalmente), ma soprattutto sprona i ragazzi a parlare, ad aprirsi, a raccontare le loro storie, le loro vite. Per capire chi sono, ogni mattina fa l'appello in modo che ad ogni nome corrisponda un profilo, una storia, una immagine. L'appello quindi non è più una lista di nomi in ordine alfabetico, ma l'occasione per far uscire allo scoperto chi si è, superando piano piano barriere e steccati che ognuno alza per istinto protettivo.

Ecco che viene fuori un variegato caleidoscopio di vite giovani, ma già profondamente segnate: c'è chi vuole farsi i muscoli per prendere a pugni la vita che lo ha visto testimone delle violenze domestiche, chi si nasconde dietro lo schermo di un computer perché non riesce ad avere relazioni sociali, chi non è capace di superare lo shock della prematura scomparsa del padre, chi ha avuto un aborto per nascondere a tutti una gravidanza non voluta e a cui, come canta Battisti, "un errore è costato tanto".

Con tutti i ragazzi e ragazze il prof. Romeo riesce, piano piano, a stabilire una relazione, a creare un ponte di dialogo e di confronto, offrendo loro con sincerità e franchezza la propria esperienza di vita, prima ancora dell'insegnamento della materia. Nasce quindi un rapporto fatto di mutuo rispetto, di considerazione, di condivisione di valori che, con l'andare avanti dell'anno scolastico, condurrà i ragazzi a diventare davvero persone mature (non tanto per il "foglio di carta" ma per il livello di crescita) e arricchirà l'insegnante per la soddisfazione di un'opera educativa ben fatta.

Perché la prima regola dell'insegnamento non è riversare nozioni a senso unico dal docente allo studente, ma mettersi in gioco, sia studenti che docenti, in un reciproco scambio in cui ognuno impara qualcosa, aumenta il proprio livello di consapevolezza e, in definitiva, accresce il senso della propria vita.

Pochi sanno raccontare con onestà questo delicato meccanismo che è alla base dell'approccio educativo. Alessandro D'Avenia, che la scuola la conosce "dal di dentro", ci riesce perfettamente.

Autore: Alessandro D'Avenia

Editore: Mondadori

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