25 luglio 2026

I convitati di pietra

22 luglio 1975. Gli ex compagni di classe del liceo dove l'anno prima hanno conseguito la maturità, si ritrovano per una cena di classe per celebrare il primo anniversario del diploma.

In quella cena, nasce un'idea strampalata ma conturbante: ogni ex compagno si impegna a versare una cifra annuale che verrà investita anno dopo anno, fino a che il montepremi finale sarà spartito fra i tre ultimi superstiti. Una sorta di investimento sulla vita futura, con l'aleatorietà tipica delle scommesse, che fa nascere un meccanismo tanto diabolico quanto irresistibile.

Ecco che allora, anno dopo anno, sempre il 22 di luglio, gli ex compagni si ritrovano a cena e si aggiornano a vicenda sullo stato di salute di ognuno, e ciascuno osserva l'altro per prevedere il momento della sua dipartita, imminente o remoto, sperando ognuno di tenere duro il più a lungo possibile per entrare nella fatidica terna di vincitori del premio finale.

Il meccanismo del "gioco" assomiglia quindi ad una roulette, dove ognuno punta sul numero che ritiene fortunato e per arrivare allo scopo non disdegna di ricorrere a trucchi e bassezze di ogni genere: tresche, sospetti, macumbe e perfino tentativi di omicidio si susseguono negli anni perché ognuno vuole campare più degli altri e ogni mezzo è accettabile pur di conseguire lo scopo.

Fino a che, nel 2050, si arriva finalmente al momento della verità, con gli ultimi tre superstiti oramai ultra novantenni. E il finale sarà giustamente spiazzante.

A metà fra "Compagni di scuola" di Verdone e la saga horror "Final Destination", il romanzo si sviluppa nell'arco di decenni descrivendo i pensieri, le motivazioni e le azioni degli ex compagni, ciascuno convinto di poter costruire il proprio futuro ricorrendo ad ogni mezzo, ma continuamente scontrandosi con il fato (o il caso) che è sempre pronto a scombinare i piani e a creare nuovi sviluppi nella trama. Perché la morte non ha volto, ma ha sempre un piano.

Un romanzo pervaso da un ironico cinismo che spoglia di ogni sentimentalismo il rito sociale della "cena fra compagni di scuola", dimostrando come a volte sia vero l'esatto opposto del famoso proverbio: "Chi perde un amico trova un tesoro".

Autore: Michele Mari

Editore: Einaudi

11 luglio 2026

L'idiota di famiglia

Igor è un quarantenne con una vita del tutto ordinaria. Di mestiere fa il traduttore di testi per lo più trascurabili perché "non è sufficientemente bravo per fare lo scrittore" (come dice lui).

Convive a Roma con Marta, una donna che ha tentato la carriera universitaria, salvo poi rendersi conto che in quell'ambiente baronale i posti per ricercatore sono "ad personam" e non c'è spazio per chi non si adegua al sistema. Si è quindi inventata "saggista femminista" riscuotendo anche un bel successo, per cui non è mai in casa per conferenze e presentazioni editoriali e Igor trascorre le sue giornate molto spesso da solo.

Fino a quando sua sorella Ester lo chiama da Viareggio, sua città natale, per informarlo che il padre sta declinando in una demenza senile sempre più marcata e che c'è bisogno di lui per assisterlo.

Igor quindi torna a Viareggio e si stabilisce in casa di suo padre. L'uomo non è una persona qualunque: ha fatto per tutta la vita il professore di Filosofia con un piglio didattico tale da farlo soprannominare dai suoi studenti "Herr Professor" e a Viareggio è stato una istituzione per il suo impegno politico attivo, nel quale ha riversato il suo credo marxista, riscuotendo peraltro sempre amare delusioni.

Lo stato di salute del padre è fortemente compromesso per cui Igor non ha modo di poterci dialogare. Ma vivere con lui nella casa di famiglia gli fa tornare alla mente tante cose di suo padre. Per esempio, il fatto che ritenesse "L'idiota" di Dostoesvkij il miglior libro del migliore autore della letteratura russa e, per traslato, il miglior libro della letteratura universale. E per ironia del destino, adesso "l'idiota" è proprio il padre, per la sua perdita cognitiva...

Nelle giornate passate in casa, Igor ritrova anche appunti del padre scritti quando ancora aveva la mente piuttosto presente e i sintomi della malattia non erano ancora gravi. In particolare la storia, un po' vera e un po' romanzata, delle "tre giornate" di Viareggio, ossia l'insurrezione anarchica e socialista del 2-4 maggio 1920 causata dell'uccisione di un guardalinee da parte di un carabiniere durante una partita di calcio Viareggio-Lucchese. L'evento causò una spontanea sollevazione popolare che cacciò le istituzioni politiche e di governo dalla città, che per tre giorni si auto-proclamò "repubblica indipendente". Un evento epico, esaltante e tragico allo stesso tempo, che probabilmente il padre celebrava come fondante del suo pensiero e, con esso, delle sue delusioni e rappresentativo del carattere e dello spirito viareggini.

Tale lettura consente a Igor di entrare in intimità col padre come in realtà non era mai stato perché a volte il potere delle parole e della letteratura è in grado di farci sentire umani come non si è mai stati. E a volte anche un "idiota" che non può più parlare può insegnare e dare tanto a chi sa ascoltare.

Autore: Dario Ferrari

Editore: Sellerio