Ne risulta un lungo racconto (più di 1300 pagine) che si dispiega per un ampio periodo storico fra i meno conosciuti dal grande pubblico, che va dalla seconda metà del IV secolo fino alla fine del V.
Infatti, al di là della fatidica data del 476 dopo Cristo, che segna la caduta dell'Impero d'Occidente, spesso restano sconosciuti gli avvenimenti storici, politici, sociali e religiosi che permearono gli ultimi anni dell'Impero.
Il merito dell'autore, quindi, è proprio quello di addentrarsi, con accuratezza nell'uso delle fonti e con capacità nell'uso letterario, nella descrizione di un periodo che viceversa offre numerosi spunti di interesse e anche di riflessione, soprattutto in relazione alle odierne vicende della nostra società occidentale.
Sì perché quei secoli videro il prepotente emergere di quei fattori di disgregazione che per molto tempo il sistema imperiale era riuscito a contenere e controllare, ma che poi tracimarono in tutto il loro deflagrante impeto.
L'esempio più clamoroso è il rapporto con le popolazioni barbariche. Accordi di "mutua fratellanza" si alternano continuamente con cruenti conflitti, in un equilibrio instabile che inevitabilmente conduce alla perdita del controllo, da parte dell'amministrazione imperiale, di buona parte delle province occidentali.
Ma anche il rapporto con il sempre più forte potere della Chiesa non è facile. L'impero non riesce più a far valere il suo potere temporale (iniziano i dissidi per la nomina dei vescovi) e la Chiesa approfitta del suo crescente potere di attrazione delle masse (oramai senza quasi più tutela) e punta all'evangelizzazione dei popoli barbarici.
Infine, e questo è il motivo più forte di disgregazione, i notabili dell'impero sono sempre più attenti alle loro personali fortune private che non alle esigenze dello Stato: egoismo, corruzione e vantaggi personali predominano oramai largamente, indebolendo mortalmente le strutture amministrative, politiche e giuridiche che per secoli avevano assicurato il funzionamento di quel grandioso edificio che era lo Stato Romano.
Forse è proprio la perdita del senso dello Stato e il disinteresse per la tutela del bene pubblico che condanna a morte l'Impero d'Occidente.
Insomma un racconto ben scritto, la cui indubbia mole può essere affrontata dal lettore se solo ha voglia di ascoltare la narrazione di una lunga e importante pagina della nostra storia, spesso misconosciuta.
Unica nota che non convince appieno è l'uso che fa lo scrittore dei toponimi moderni per aiutare il lettore nell'individuazione dei luoghi descritti. Intento apprezzabile, ma che stona alquanto, come ad esempio allorché utilizza il nome di "Orleans" per designare l'omonima città della Gallia, invece che un molto più autentico "Aureliana". Ecco, "Orleans" detto da un legato romano del V secolo ha un che di irrimediabilmente artificioso...
Autore Giulio Castelli; Editore Newton Compton

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